Immagini e Parole

GIORNATA dalla MEMORIA-1

GIORNATA DELLA MEMORIA

 

Immagini e Parole

quando la poesia si fa strada nella sofferenza

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«…in me non c’è un poeta,
in me c’è un pezzetto di Dio
che potrebbe farsi poesia.»

 

Etty Hillesum, Diario, 30 Settembre

 

Una mostra fotografica, un’installazione video creata dall’artista toscana Sara Pucci, accompagnata da letture del Diario di Etty Hillesum, una donna ebrea morta ad Auschwitz nel novembre del 1943 che ha scritto alcune delle più toccanti pagine proprio negli ultimi anni della sua vita: anni di guerra e di oppressione, ma per Etty un periodo di crescita e paradossalmente di liberazione individuale.

Etty è una ragazza brillante, intensa, con la passione della letteratura e delle filosofia. Si laurea in giurisprudenza ed intraprende lo studio della psicologia quando divampa la seconda guerra mondiale e con essa la persecuzione del popolo ebraico.

Il 3 febbraio 1941 avviene l’incontro più importante della sua vita: quello con lo psicologo Julius Spier, allievo di C. G. Jung, di cui diviene assistente e compagna.

Per anni i suoi scritti passano da un editore all’altro, senza che nessuno ne intuisca l’importanza, fino a che nel 1981 giungono nelle mani  dell’editore De Haan che, pubblicandoli, finalmente riporta alla luce la sua storia, permettendo così ai lettori di tutto il mondo di conoscere la ricchezza di un’esperienza interiore che, anche di fronte alla sofferenza estrema, sa lodare la vita e viverla con pienezza di senso.

 

Etty Hillesum – Diario

9 febbraio 1942, giovedì pomeriggio, le due.

Se dovessi dire cosa mi ha fatto più impressione oggi , direi che sono state le mani piene di geloni di Jan Bool. Di nuovo qualcuno è stato torturato a morte: quel dolce ragazzo della Libreria di Cultura. Ricordo che suonava il mandolino: aveva una ragazza simpatica che era poi diventata sua moglie, e c’era anche un bambino… (….) C’era un grande sconforto stamattina a lezione. Ma una luce c’era: una breve, inaspettata conversazione con Jan Bool mentre aspettavamo il freddo e stretto Langebrugsteeg, e poi aspettando il tram. Jan chiedeva con amarezza: «Cosa spinge l’uomo a distruggere gli altri?» E io: «Gli uomini, dici, ma ricordati che sei un uomo anche tu.»E inaspettatamente, quel testardo, brusco Jan era pronto a darmi ragione. Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, continuavo a predicare; e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamocercare in noi stessi, non altrove. (…)

20 luglio (…)

Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in mestessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senza alcuna amarezza e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento che stanno già crescendo in me ogni giorno?

 

Installazione mostra fotografica

 

Essere:1
Uomini, donne, bambini,
geneticamente modificati,
chirurgicamente astuti.
Trans, artisti, immigrati, patriottici.
Politici.
Discriminati, discriminanti,
giudici e condannati.
Migranti di noi stessi.
Giusti e sbagliati.
Cristiani, musulmani, induisti,
arrabbiati con Dio.
Colti, limitati, sapienti, saccenti.
Gioiosi, addolorati, stufi e lamentosi.
Con un passato, futuri.
Creatori e distruttori,
vittime e carnefici,
colorati; grigi, gialli, bianchi, neri.
Di che colore è un sorriso?
Che identità ha un tramonto.

«A volte sembra che la storianon abbia insegnato molto. Eppure intorno a noi c’è  infinita bellezza, infinite possibilità.

Ricordare è una di queste possibilità. 3

Ricordare per non dimenticare, ricordare per avere la spinta di essere sempre uomini e donne migliori, ricordare per evolverci, ricordare per comprendere il prossimo.

Meditate se questo è un uomo non è soltanto una mostra fotografica, un angolo ben allestito che riporta immagini visive; è uno spazio che cerca di riportare nel presente l’atmosfera in cui per molti anni, uomini, donne e bambini hanno vissuto, hanno lottato per mezzo pane, si sono fatti coraggio l’un l’altro, hanno smesso di sognare, hanno perso un nome, hanno perso la loro identità, la loro vita, ma alcuni di loro hanno trovato il coraggio… il coraggio di vivere e raccontare… raccontare affinché quell’orrore rimanesse solo un brutto ricordo.

Sta ad ognuno di noi lottare per lagiustizia, e vivere nella pace.»

Sara Pucci

 

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Materiale

20 fotografie in bianco e nero senza nome, senza titolo, solocon un numero che le differenzia. Sono appese ad un filo molto sottile al filo spinato; come foglie si muovono al passaggio di ogni osservatore. Immagini che nel loro silenzio e nel loro anonimato parlano, hanno un’anima.

Mostra a cura di Sara Pucci

Letture a cura di Elena Redaelli

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